Storia del Disastro del Gleno – 10^ Parte – Ottobre

A cura di SERGIO PIFFARI

Piloni, archi ed ingegneri

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Come già visto per i lavori del cosiddetto “tampone”, anche per quelli riguardanti gli “archi multipli” si registrano molte voci che ne riportano la cattiva esecuzione. Eccone alcune. Il già citato Tagliaferri Angelo: “Nel 1922 fui adibito alla lavatura della sabbia che prima veniva lavata due volte, in seguito il sig. Virgilio ordinò di lavare la sabbia una sola volta perché vi era penuria d’acqua. La sabbia così non poteva essere ben lavata e veniva adoperata ancora commista ad argilla. Una volta venne l’ing. Santangelo ad esaminare la sabbia e visto che non era ben pulita disse che bisognava cambiare sistema perché poteva accadere che in avvenire dovessimo scontare amaramente quanto veniva fatto. Ma le cose vennero continuate ad essere fatte come prima”.

Tagliaferri Enrico: “Nell’anno 1923 nei mesi di giugno e luglio ho lavorato quale manovale sul Gleno alle dipendenze della ditta Vita e C. ero adibito all’impasto della malta. Non venivano dosati né il cemento, né l’acqua, né la sabbia. Il tutto veniva rivoltato una volta sola e male. Ho visto che la muratura non era fatta bene, si buttavano nei piloni sassi e malta alla rinfusa. La muratura non veniva battuta e pressata. L’ordine era di fare presto sotto minaccia del licenziamento ed è perciò che il lavoro non poteva essere fatto a regola d’arte”.

Tagliaferri Pietro: “Alla rinfusa veniva buttato nei piloni e nelle armature pietrame a secco senza curarsi di pressarlo o disporlo a regola d’arte. Sopra veniva buttato, alla carlona, l’impasto della malta che come dissi non faceva presa. Il capo Sperandio a me fece la minaccia di licenziamento se, durante la giornata non avessi fatto almeno dai sette agli otto metri cubi di muratura. Ciò era affatto impossibile. Pure per tema di licenziamento io dovetti affrettare i lavori di costruzione, lavori che di conse- guenza erano malamente fatti e di nessuna garanzia di stabilità. Un giorno capitò in luogo l’ing. Santangelo all’improvviso. Lavoravo io alla muratura sulla base della diga. Detto ingegnere vedente che noi operai costruivamo il muro su roccia sporca e frammista a terriccio si mise tosto a protestare e saputo che noi eseguivamo l’ordine impartito da detto Sperandio lo mandò a chiamare, lo redarguì e fece disfare quella parte che si aveva costruito ed infine, rivolgendosi al detto Sperandio ha detto: “meglio piangere oggi che piangere domani”. L’ingegner Santangelo si recava in luogo di sovente e quasi sempre aveva da redarguire i capi per il cattivo andamento della costruzione e senza regola d’arte”.

Diga in costruzione da ovest

Sui materiali usati, in particolare il ferro, vediamo alcune testimonianze:                                                                                                                              Duci Mansueto: “Il ferro era tutto nuovo. Ve n’era anche un po’ usato, ma adopera- to solo per legare le armature del cemento armato”.

 Villa Augusto, ingegnere, progettista e costruttore di una diga ad archi multipli: “Anziché trattarsi di ferro tondo ed uniforme, era di tipi assortiti, e risultava, ciò che era gravissimo, non avere avuto alcuna adesione al cemento… Mi sono convinto che il disastro fu cagionato nell’insieme dalla incoscienza del costruttore, più che dal- l’idea di economizzare”.

 Mina ing. Carlo: “Quanto al ferro che veniva posto in opera, a me parve dovesse essere quello residuato dalla guerra e precisamente di quelle liste che si usavano per sostenere le reti metalliche di protezione contro le bombe di aeroplani, anzi a mano, Però non lo posso affermare in modo categorico”.

Infine Nosetti (o Nosotti) Nino, socio del Vita (che il ferro, quindi, lo utilizzava…): “A proposito del ferro dirò che in parte era usato. Quello usato era solo un po’ arrug- ginito, però in buono stato d’uso”.

Da tenere presente anche che da parte dei numerosi ingegneri e tecnici saliti a visi- tare il cantiere della diga in costruzione, “invitati e non”, come fa notare Virgilio Viganò in Tribunale, non risulta una sola osservazione o una critica sui metodi di lavoro o sui materiali impiegati. Nonostante, ovviamente, il tutto si svolga per anni alla luce del sole. Le pecche, come spesso capita, le constatarono dopo il crollo.

Ecco, infine, l’opinione dell’ing. Luigi Zanchi, Capo dell’Ufficio Tecnico della Pro- vincia: “Ho avuto occasione di andare sul Gleno prima e dopo il disastro, ma in nessuna delle due volte mi fu dato di fare dei rilievi di sorta”.

Diga quasi ultimata da est

Segue… >

 


     Attività a cura della Commissione Centenario del Gleno